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droni Wikileaks

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 24/02/2016

L’America è sempre l’America: accennatelo sul ritornello di ‘Domenica è sempre Domenica’ sigla di successo del Musichiere, Mario Riva, Paolo Bacilieri e Lucia Bongiovanni, un’Italia in bianco e nero che non c’è più. O che c’è ancora: negli anni fedele all’alleanza con gli Stati Uniti e sempre tentennante tra il fare – quel che vuole Washington – e l’ammetterlo. E così mentre il premier Renzi e i suoi ministri s’arrampicano sugli specchi, senza bisogno, per i droni al decollo da Sigonella verso la Libia, a fare la guerra al Califfo, scoppiano altre due grane sull’asse del Grande Alleato.
Proprio perché ’l’America è sempre l’America, che il presidente sia Eisenhower o Clinton o Bush II o Obama: attenta a tutelare i propri cittadini e a chiedere agli alleati il rispetto delle proprie regole, anche quando sono discutibili. Per il sequestro Abou Omar, noi abbiamo graziato gli agenti Cia responsabili di quella ‘extraordinary rendition’, ma la Corte di Strasburgo ci condanna ora a pagare i danni per avere violato il diritto dell’imam a non essere torturato. E, in un rigurgito di Wikileaks, si apprende che la Nsa, la National security agency spiava l’allora premier Berlusconi poco prima della sostituzione al governo nel novembre 2012, con la Merkel e Hollande che lo avvertivano “o fai qualcosa o l’Italia salta come un tappo di champagne”. Saltò lui, che adesso grida al complotto.
Il fatto è che, se l’America vuole qualcosa dall’Italia, la ottiene; e se l’America vuole fare qualcosa, in genere la fa. Valgono pure i precedenti dei giudizi sulla tragedia del Cermis o sull’uccisione di Calipari a Baghdad. Chi ci sia alla Casa Bianca cambia poco: anche Obama, presidente del dialogo che esita a ricorrere alla forza, tutela gli interessi americani ed i suoi uomini, pure quando, come gli agenti della Cia nel caso Abou Omar, hanno agito violando principi da lui affermati, ma osservando le leggi federali. Adesso che sta per concludere il proprio mandato, Obama annuncia che chiuderà il carcere di Guantanamo – una promessa del 2008 -, ma per convincere il Congresso usa l’argomento del bilancio – “Costa troppo” -, non quello della giustizia, anche se ammette che quella prigione “appanna l’immagine dell’America”.
Sui droni in Libia, dopo le rivelazioni del Wall Street Journal, noi italiani, che sbanderiamo all’Onu e altrove la volontà di “assumere la leadership di una missione internazionale”, prima diciamo che possono decollare da Sigonella solo per missioni difensive, poi Renzi afferma che il via libera viene dato caso per caso, la Pinotti sostiene che non sono mai partiti e Gentiloni assicura che il loro uso non è preludio a un intervento militare. Una cacofonia di voci che non fa chiarezza, mentre il governo viene sollecitato dalle opposizioni a riferire in Parlamento.
Renzi, che vede “segnali di speranza” per la Siria, dove venerdì dovrebbe scattare la tregua, dice che la Libia sta vivendo “ore decisive”. Ma, a Tobruk, il Parlamento rinvia ancora una volta il voto sul governo d’unità nazionale del premier designato al-Sarray: manca il numero legale, se ne riparlerà la prossima settimana. L’esecutivo posticcio perde i pezzi prima d’insediarsi: un ministro, el Amary, si dimette per il via libera dato alle operazioni a Bengasi, ufficialmente condotte contro miliziani jihadisti. “Non sto in un governo – dice – che legalizza i bombardamenti di civili, è fiero di uccisioni e si rallegra della demolizione d’abitazioni”. Il premier ‘in pectore’ al Sarray va al Cairo, mentre, alla Sirte, gli integralisti manifestano la loro presenza lapidando tre libici accusati d’apostasia: non c’è un drone a fermarli, da dovunque venga.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+