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il petrolio e la siria

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 17/02/2016

Galleggia su un mare di petrolio la speranza di pace in Siria: alleati diffidenti contro il Califfo, divisi sulla sorte del regime di Assad, Russia ed Arabia saudita trovano l’intesa, se non proprio l’amicizia, quando si parla d’affari. Di fronte al calo dei prezzi e all’incerta situazione economica internazionale, i due maggiori produttori mondiali concordano di congelare la produzione ai livelli di gennaio “per stabilizzare i mercati”, spiega il ministro del Qatar Mohammed Saleh al-Sada, che partecipa con i colleghi saudita, russo e venezuelano a un incontro a quattro a Doha.

Il patto vale solo se gli altri grandi produttori mondiali lo faranno proprio. Gli operatori restano diffidenti: l’oro nero risale sopra i 34 dollari al barile, ma scende in serata sotto i 30 a New York. L’Iran spiega che vuole mantenere la propria quota del mercato petrolifero, ma lascia aperti “spazi per discutere” un tetto alla produzione. Superate le sanzioni, Teheran vive un delirio d’affari: consegna in Europa quattro milioni di barili – i primi, da tre anni in qua –; riapre la via della Seta con la Cina; e s’appresta ad acquistare armi alla Russia per 8 miliardi di dollari.

Ciò che Assad divide, il petrolio, e gli affari, uniscono; ma la tensione tra Ankara e Mosca non si sopisce. L’Onu intende oggi portare aiuti umanitari alle città siriane assediate: l’annuncia l’inviato Staffan De Mistura dopo un incontro a Damasco col ministro degli Esteri siriano Walid al Mualem. “E’ dovere del governo siriano raggiungere ogni cittadino, ovunque si trovi, e consentirci di portare aiuti umanitari, specie dopo tutto questo tempo”, è la tesi del diplomatico italo/svedese.

La polemica sui sanguinosi bombardamenti, lunedì, di scuole e ospedali, di cui nessuno s’è assunto la responsabilità, resta viva, mentre un passo indietro turco allontana la possibilità di un’operazione di terra congiunta turco-saudita in territorio siriano – per Damasco, una vera e propria invasione -.

In un gioco di scaricabarile, l’opposizione siriana e la Turchia accusano la Russia; Mosca rileva come alcune delle aree colpite siano sotto tiro delle artiglierie turche, che martellano Azaz per il quarto giorno consecutivo; la Siria chiama in causa gli Stati Uniti, che ammettono di avere fatto raid, ma altrove, su Raqqa e in Iraq. Nel bailamme, i curdi, che i turchi giudicano “non affidabili”, continuano a combattere gli jihadisti: conquistano una roccaforte del Califfo a 30 km da Aleppo, mentre i lealisti riprendono la centrale elettrica della seconda città del Paese. Il Cremlino dichiara d’avere colpito a tutt’oggi 1593 obiettivi ‘terroristi’, afferma che il regime ha ripreso 800 kmq, mentre 500 miliziani sarebbero entrati in Siria dalla Turchia per combattere i curdi.

Intanto, Ankara, dopo avere minacciato l’invio di truppe in Siria, insieme all’Arabia saudita, frena: ciò avverrà solo “al fianco dei nostri alleati”: o i partner della coalizione, Usa compresi, partecipano all’attacco di terra, essenziale -secondo Ankara- per porre fine al conflitto; oppure, non se ne farà nulla. In sostanza, vuol dire che il progetto resta congelato.

De Mistura, a Damasco, cerca d’ottenere l’impegno siriano al rispetto del cessate-il-fuoco concordato da Usa e Russia; e mantiene l’obiettivo di riunire di nuovo il 25 febbraio, se non prima, a Ginevra le parti, per riprendere il negoziato sulla transizione cominciato alla fine di gennaio. Secondo fonti governative, Damasco è “prontissima” a tornare alla trattativa “senza precondizioni, per rimanere lì tutto il tempo necessario”.

Ieri, s’è scatenata una discussione da azzeccagarbugli di diritto internazionale, se le bombe di lunedì possano costituire o meno un crimine di guerra e su chi ne siano i responsabili. L’Onu ricorda che l’attacco deliberato contro gli ospedali è un crimine di guerra, ma aggiunge che non è “ancora chiaro se gli attacchi siano stati intenzionali”. Certo è che il ripetersi d’incidenti del genere, tra Iraq e Siria, desta interrogativi sull’accuratezza delle informazioni d’intelligence di cui i belligeranti dispongono e sull’affidabilità delle loro armi ‘intelligenti’, oltre che sulla volontà di dare protezione speciale alle strutture mediche e al loro personale.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+