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SiriaGinevra, partono i negoziati

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 30/01/2016

Sono iniziati a Ginevra i colloqui tra l’inviato speciale dell’Onu Staffan De Mistura e la delegazione governativa siriana guidata dal ministro degli esteri Walid al Muallim: sono una tessera del mosaico dei negoziati tra regime e opposizioni siriani, incontri prima separati tramite Onu, poi collegiali. Ma il rito parte monco, perché non s’è ancora presentata in Svizzera la delegazione delle opposizioni, decisa a boicottare le trattative finché non avrà garanzie che Damasco cessi di violare i diritti umani; né si sa quanto e fin dove potrà andare avanti, se da Parigi il presidente iraniano Rohani ammette che sarebbe “sorpreso” se i colloqui avessero successo “subito”. C’è chi s’aspetta risultati in settimane, chi fra mesi.

L’aventino dell’opposizione moderata siriana è solo uno degli ostacoli: sui social, è virale il tamtam #DontgotoGeneva; come sono intense, da più parti, le pressioni diplomatiche perché gli anti-Assad raggiungano Ginevra da Riad – una delegazione di basso profilo e con mandato limitato sarebbe ora in viaggio -. Tutti d’accordo che i terroristi non devono sedere al tavolo, ma quali sono i terroristi?

Così, i turchi non vogliono che alla trattativa partecipino i curdi siriani, che Washington e Mosca ritengono alleati affidabili – sul campo, sono i combattenti più efficaci contro le milizie jihadiste -, ma che Ankara considera terroristi alla stregua del Pkk, la loro versione turca. Ankara non vorrebbe neppure discutere con gli emissari di Assad, ma parlare di transizione senza averli al tavolo sarebbe un esercizio fittizio.

I colloqui di pace partono in un contesto di guerra, mentre alcune sanguinose ferite tra ‘alleati’ contro il sedicente Stato islamico sono lungi dall’essersi rimarginate: tra Turchia e Russia, dopo l’abbattimento a fine novembre di un aereo russo da parte di caccia turchi – proprio ieri, Gazprom ha cancellato uno sconto del 10% sulle forniture ad Ankara -; e tra Arabia saudita e Iran, dopo l’esecuzione a inizio anno a Riad di un leader religioso sciita.

Nel giorno della preghiera, ieri, un kamikaze sunnita ha provocato almeno sette morti e una ventina di feriti facendosi esplodere all’ingresso d’una moschea sciita ad al-Akhsa, nell’Est del Paese. C’era un complice, che indossava pure una cintura esplosiva e che ha aperto il fuoco sui fedeli: è stato sopraffatto, disarmato, consegnato alla polizia.

Sul terreno, il conflitto ha, come al solito, un andamento a fisarmonica. Dopo una fase d’avanzata, verso metà gennaio, delle milizie jihadiste, ora sono all’offensiva i ‘lealisti’ del presidente Assad sostenuti, dal cielo e non solo, dai russi, che hanno rafforzato il loro apparato navale lanciamissili con quattro nuove unità nel Mar Nero.

L’opposizione moderata onnipresente sui media, ma latitante in campo, denuncia alternativamente massacri dall’una e dall’altra parte e tiene un’improbabile macabra conta: gli integralisti avrebbero finora fatto in Siria 3.895 vittime, su un totale di circa 250mila morti dall’inizio della guerra civile, cinque anni or sono. La situazione delle località assediate volta a volta da jihadisti o ‘lealisti’ è disperata: le organizzazioni umanitarie delle Nazioni Unite lanciano allarmi senza eco. Ed è pure drammatica la situazione dei rifugiati siriani, in Turchia, Libano, Giordania: un neonato siriano è morto assiderato in Turchia, dove sono già nati 70mila siriani.

L’Olanda, su richiesta degli Stati Uniti, ha deciso di compiere missioni di bombardamento aereo sulle postazioni del Califfato in Siria, specie nell’Est del Paese, estendendo quelle già condotte in Iraq.

Intanto, Washington fa sapere di non avere ancora deciso se lanciare un’operazione militare contro gli jihadisti in Libia. Per il capo del Pentagono Ashton Carter, gli Usa intendono aiutare i libici “a riprendersi il controllo del loro Paese” e naturalmente “sosterranno il governo libico una volta insediato”. Ma i terroristi approfittano dei contrasti tra le fazioni libiche per acquisire più influenza e attaccare infrastrutture essenziali. “Non vogliamo trovarci in una situazione come quella in Siria e in Iraq”, dice Carter. Ma, forse, lì è persino peggiore, per la mancanza di un qualsiasi credibile governo centrale.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+