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facciamo la pace in Libia

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 20/05/2015 e, in altra versione, per La Presse

“L’Italia dovrebbe proporre una conferenza di mediazione internazionale sulla Libia e dovrebbe prendere la guida dello sforzo di soluzione della crisi libica a livello politico e diplomatico, organizzare una conferenza di pace che abbia come obiettivo la formazione in Libia d’un governo d’unità nazionale”, piuttosto che guidare un’operazione militare dai contorni tuttora troppo incerti per poterne al momento valutare la fattibilità, l’efficacia, l’impatto.

Lo dice, in un’intervista a Il Fatto Quotidiano, Laura Boldrini, oggi presidente della Camera, dopo una vita in prima linea per affrontare i drammi dei rifugiati: da Lampedusa alla Giordania, dall’Albania all’Afghanistan, la Boldrini conosce bene il problema e le sue sfaccettature -dal 1998 al 2012, è stata portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr)-.

Il giorno dopo la prima discussione a Bruxelles fra ministri europei sull’Agenda dell’Immigrazione messa a punto la settimana scorsa dalla Commissione Juncker, la Boldrini promuove il piano, che, nel suo insieme, “è stato impostato bene”: “spero che rappresenti l’inizio di una europeizzazione dell’asilo, che darebbe anche un segnale di ripresa del processo d’integrazione europea”.

Ma su aspetti dell’Agenda come le quote di ripartizione dei rifugiati, l’accordo fra i 28 non c’è -anzi, molti si defilano-. Mentre, per valutare la missione navale che mira a ridurre le vittime in mare rendendo inutilizzabili i barconi, “bisogna prima conoscerne bene i termini operativi e i limiti fissati dalle Nazioni Unite e bisogna essere consapevoli che c’è bisogno della collaborazione giudiziaria e di polizia delle autorità locali e del lavoro di intelligence che va fatto prima di ogni cosa”.

E, in Libia, “ci troviamo di fronte un Paese che non ha un’autorità unica. Qualsiasi intervento d’appoggio e di sostegno, dall’ ‘institutional building’ alla cooperazione, ha come presupposto che si arrivi a un governo di unità nazionale”. Altrimenti, il rischio è quello di azioni ostili, come il bombardamento la scorsa settimana di una nave turca.

“Qui, ognuno gioca una partita e l’importante è non lasciarcisi intrappolare … I proclami che arrivano di laggiù, dicendo che i terroristi del Califfato viaggiano sui barconi servono a spingerci verso una decisione muscolare … Noi dovremmo essere abbastanza maturi per capirlo”.

La Boldrini è chiaramente preoccupata dei potenziali “danni collaterali” d’un’azione di forza, cioè delle vittime fra migranti e profughi. Lei, che conosce percorsi, sofferenze, incognite dei ‘viaggi della disperazione’, si chiede: “Quando parte, il mezzo navale è pieno di gente. Come si può intervenire? Non so come s’intenda fare, non mi pare che sia stato ancora prospettato un modus operandi… Io la vedo molto difficile… In Albania, dove c’era un governo, era molto diverso…”.

La presidente della Camera non dà giudizi su una missione i cui piani vanno ancora delineata, ma insiste sulla necessità di “collaborazione” con le autorità locali, “ché altrimenti si rischia di fare grossi errori”. Il passaggio in Consiglio di Sicurezza dell’Onu “è importante”: “un atto di garanzia”. “Spero ne venga fuori un piano attuabile”.

Ma la Boldrini insiste sulla “soluzione politica”: c’è un inviato del segretario generale dell’Onu, Bernardino Leon, che “è lì per trovarla”. “Noi abbiamo il dovere di sostenere questo sforzo e anche d’allargare il discorso ad ambiti di collaborazione ulteriori… Una scelta diversa apre prospettive molto incerte… Un intervento nelle acque territoriali libiche sarebbe un atto di ostilità … E Tripoli non ha nessuna intenzione di collaborare”.

Perché c’è uno iato tra consapevolezza dei problemi e decisioni sulle soluzioni? “Il capo dello Stato, il presidente Mattarella, ha ieri detto che la soluzione in Libia è politica. Solo così si può arrivare alle radici del problema, in Siria, in Somalia, in Eritrea… Se non risolviamo le crisi subsahariane, è una pia illusione pensare che non ci saranno più migrazioni”.

Bisogna “aprire una prospettiva” per i rifugiati, per i migranti: “L’85% dei rifugiati vive nel sud del Mondo; in Europa e in tutti i Paesi sviluppati ci sono solo il 14% dei rifugiati riconosciuti. Ci sono Paesi come la Giordania e il Libano che, con pochi milioni di abitanti, ospitano un milione e più di profughi siriani, mentre noi l’anno scorso abbiamo avuto 170 mila arrivi (e solo 70 mila sono rimasti). Quanto  ai migranti, i 20 milioni e mezzo che vivono nell’Unione europea sono meno del 10% dei 232 milioni di migranti globali… Non possiamo non prendere atto di questa realtà: se guardiamo solo al nostro cortile, perdiamo di vista il fenomeno e le dimensioni”.

E lei come se ne fa carico? “Cerco di dare il mio contributo a una questione molto complicata”, ma non è come quando si sta sul campo e si lavora con degli obiettivi da raggiungere. “Cerco di aprire  la mente su una questione tanto complicata, dando una presentazione del problema non prettamente su scala nazionale”.

Ma le sue competenze sono utilizzate, Gentiloni, la Mogherini la consultano? “Federica dimostra sensibilità e consapevolezza, ma non ho con lei rapporti costanti. Però, il piano della Commissione recepisce i principi di solidarietà e di condivisione e lei ne è stata uno degli attori più dinamici… Con Gentiloni, il rapporto è dialogante e sereno, non manca il confronto… E la linea del governo è ragionevole, rispetto alle affermazioni iniziali”, quando il premier Renzi e i suoi ministri avevano toni decisamente interventisti.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+